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Le aziende cinesi stanno sempre più sub-appaltando la produzione in fabbriche nord coreane ma mantenendo il logo “Made in China” per nascondere il fatto ai marchi e ai consumatori secondo un report dell’agenzia Reuters. Secondo quanto affermato dall’agenzia stampa sono circa 15 le grandi fabbriche di vestiti di proprietà statale che le compagnie cinesi usano per sfruttare il costo del lavoro più basso (i salari sono più bassi del 75% nella Corea del Nord e la produttività è più alta in quanto si lavora in condizioni più rigide). Il tessile è infatti il secondo più grande mercato per l’export della Corea del Nord dopo il carbone. Rip Curl nel 2016 aveva chiesto scusa quando era saltato fuori che alcuni dei suoi prodotti erano realizzati in Corea del Nord. “Questo è il caso di un fornitore che dirotta parte degli ordini della sua produzione su un subappaltatore non autorizzato, con la produzione realizzata da una fabbrica non autorizzata, in un paese non autorizzato, a nostra insaputa e consenso, in chiara trasgressione dei nostri contratti e policies di fornitura” aveva risposto il brand allora. Il reporter di Reuters ha anche trovato fabbriche cinesi che assumevano lavoratori Nord Coreani, pagandoli la metà degli operai cinesi. Questi operai guadagnano circa 300 dollari al mese, di cui due terzi vanno al governo mentre un orario di lavoro tipico è dalle 7:30 del mattino fino alle 10 di sera. “Stiamo provando a portare la produzione di alcuni dei nostri capi in Corea del Nord ma le fabbriche sono tutte “prenotate” al momento” pare abbia dichiarato un’imprenditrice Coreana-Cinese di una fabbrica di Dalian, in Cina, al reporter dell’agenzia.