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discarica vestiti ad atacama
In evidenza un’immagine della discarica di vestiti nel Deserto di Atacama

Ne avevamo già parlato qualche mese fa sul numero di settembre (05-23) e anche se è passato pochissimo tempo questo trend non accenna alcuna decrescita. Questo perchè, eccetto poche persone, molti consumatori sono abituati a comprare e rendere i prodotti acquistati online (e non) in maniera compulsiva. Incentivati, anche, dalle spedizioni semplici e molto spesso gratuite (o quasi).

“La facilità con cui si possono effettuare i resi nel settore del fast fashion, quasi sempre gratuiti per il cliente, genera impatti ambientali nascosti e molto rilevanti. Mentre alcune nazioni europee hanno già legiferato per arginare o evitare il ricorso alla distruzione dei capi d’abbigliamento che vengono resi al venditore, lo stesso non può dirsi per la pratica dei resi facilitati, che incoraggia l’acquisto compulsivo di vestiti usa e getta, con gravi conseguenze per il Pianeta”, dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.

Una buona notizia però c’è. Sul nuovo numero di HUB Style (02-24), uscito in questi giorni in occasione della Milano Fashion Week Donna, abbiamo analizzato l’anno passato intervistando le migliori 100 boutique italiane e chiedendo loro, tra le varie, come stanno reagendo al fenomeno del bracketing. Ovvero il reso compulsivo.

Dall’inchiesta si nota che la maggior parte dei multibrand ha affermato di non aver riscontrato questo tipo di problema. Siamo davanti, dunque, a uno spaccato che vede protagoniste le catene di fast fashion e le boutique premium e high level.

Da una parte troviamo la cosiddetta “moda veloce” che ci convince ad acquisti compulsivi e (spesso) senza logica, provocando un circolo vizioso che si conclude abitualmente con uno o più resi da parte del cliente. Senza tener conto del gravissimo e negativo impatto che queste azioni hanno sull’ambiente.

Dall’altra, invece, vediamo un modo di fare business decisamente più sostenibile che punta alla soddisfazione del cliente e a una shopping experience a 360 gradi. Offrendo prodotti moda dal prezzo più elevato e dai materiali durevoli e di qualità.

“Negli ultimi due decenni è raddoppiato il consumo di prodotti tessili nel mondo, anche se il 60% dei vestiti finisce in discarica in meno di un anno dalla fabbricazione. L’industria genera tra il 5 e il 10% delle emissioni globali di gas serra”, si legge ne Il colore verde, un’interessante newsletter di Nicolas Lozito.

L’inchiesta sui resi di Greenpeace e Report

Come abbiamo accennato prima, quando parliamo di moda, specialmente di “moda veloce”, non mancano le criticità: dai prezzi troppo bassi allo sfruttamento di manodopera, fino all’insostenibilità legata alle emissioni di gas serra.

Di quest’ultimo problema ne fanno parte anche i resi compulsivi e a spiegarcelo è il rapporto redatto da Greenpeace e i giornalisti della trasmissione Report dal titolo “Moda in viaggio. Il costo nascosto dei resi online: i mille giri del fast fashion che inquina il pianeta” che si può leggere completo qui.

“A livello globale, la produzione e il consumo di prodotti tessili sono raddoppiati dal 2000 al 2015 e potrebbero triplicare entro il 2030. Un trend spinto dall’avvento della moda rapida e usa e getta e ulteriormente accentuato da un fenomeno recente e ancor più insostenibile, anche dal punto di vista dei diritti dei lavoratori del comparto, come l’ultra fast fashion. Ad amplificare le conseguenze di questo sistema, naturalmente, concorrono anche gli acquisti online oggetto dell’indagine di Greenpeace Italia”, afferma il comunicato stampa di Greenpeace.

Per condurre l’indagine sono stati acquistati 24 capi d’abbigliamento su otto delle principali piattaforme e-commerce di fast fashion (e ultra fast fashion): Amazon, Temu, Zalando, Zara, H&M, Ovs, Shein e Asos.

E subito dopo l’arrivo di tutti pacchi è stato chiesto immediatamente il reso, nascondendo un localizzatore GPS all’interno di ogni vestito (qui il tracker). In questo modo è stato possibile tracciare tutti gli spostamenti, scoprendo il mezzo di trasporto usato e comprendendo i passaggi nella filiera. E i risultati sono sconvolgenti.

Il localizzatore GPS inserito nei prodotti comprati e successivamente resi da Greenpeace

In 58 giorni, i pacchi hanno percorso in totale circa 100 mila km attraverso 13 Paesi europei e la Cina. La distanza media percorsa dai prodotti per consegna e reso è stata di 4.502 km dove il tragitto più breve è stato di 1.147 km e quello più lungo di 10.297 km. Il mezzo di trasporto più usato, invece, è risultato il camion, seguito da aereo, furgone e nave.

I 24 capi di abbigliamento sono stati venduti e rivenduti complessivamente 40 volte, con una media di 1,7 vendite per abito, e resi per ben 29 volte. A oggi, 14 indumenti su 24 (pari al 58%) non sono ancora stati rivenduti.

Analizzando più a fondo le singole aziende si nota che “tutti i capi di abbigliamento di Temu spediti dalla Cina hanno percorso oltre 10 mila km (principalmente in aereo) e, a oggi, nessuno risulta rientrato nelle disponibilità del venditore dopo il primo reso. Due capi di abbigliamento di Asos hanno viaggiato, in media, per oltre 9 mila km transitando per ben 10 Paesi europei. Asos, Zalando, H&M e Amazon sono in cima alla classifica per numero medio di rivendite: 2,25 volte. Mentre il 100% dei capi resi a Temu, Ovs e Shein non è ancora stato rivenduto”, dichiara il report.

Un problema di emissioni

Una visione a 360 gradi è stata consentita grazie alla collaborazione con la start-up INDACO2 che ha permesso di stimare anche le emissioni prodotte dal trasporto e dal packaging dei capi d’abbigliamento.

Dal report si nota che l’impatto ambientale medio del trasporto di ogni ordine e reso corrisponde a 2,78 kg di CO2 equivalente (emissioni su cui il packaging incide per circa il 16%). In media, per il confezionamento di ogni pacco sono stati usati 74 g di plastica e 221 g di cartone.

Prendendo come esempio l’impatto di un paio di jeans (del peso medio di 640 g), il trasporto del capo ordinato e reso comporta un aumento di circa il 24% delle emissioni di CO2. Il costo medio del carburante per il trasporto, d’altra parte, è stimato in 0,87 euro.

Uno schema del calcolo delle emissioni

Come ricorda Greenpeace, il settore dell’abbigliamento online è tra i più rilevanti dell’e-commerce b2c italiano. Giovani, digitale e fast-fashion sono i tre assi che spingono la crescita del mercato della moda nel mondo. Solo il 3% è, però, circolare e appena l’1% dei nuovi vestiti viene prodotto a partire da abiti vecchi, mentre ogni secondo un camion pieno di indumenti finisce in discarica o inceneritore.

“L’industria della moda è tra i settori produttivi più inquinanti, un sistema vorace che utilizza enormi quantità di materie prime: soltanto nell’Unione Europea il consumo di prodotti tessili risulta il quarto settore per impatti su ambiente e clima, il terzo per consumo d’acqua e di suolo. Ogni anno nell’UE vengono gettati via 5,8 milioni di tonnellate di prodotti tessili, circa 12 kg a persona”, conclude la nota dell’associazione.

di Sara Fumagallo